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M.#10 Marseille

 Soc├Četas Raffaello Sanzio

 
 

“Un nuovo modo di concepire e fare il teatro. M.#10 Marseille erige una fabbrica di luce, dove masse gassose, liquide o solide, ammantate di colore, si organizzano e duellano tra loro come personaggi. Spetta soltanto allo spettatore guardare e interpretare ciò che vede.”

Il ciclo della Tragedia Endogonidia secondo la Societas Raffaello Sanzio.
La Tragedia Endogonidia è un ampio progetto di ricapitolazione del teatro. In un’epoca in cui proprio il teatro, e le sue leggi di finzione e di retorica, è utilizzato dalla politica e dalla società per fini persuasivi, la Socìetas Raffaello Sanzio sente il bisogno di ripensare questa forma dell’espressione umana, per ritrovare la forza della sua specificità. Per fare ciò, è stato necessario inventare un nuovo modo di concepire e fare il teatro, mettendo da parte tutta la sapienza e la tradizione accumulate, anche se queste costituiscono il fondo su cui ci si muove. E’ stato necessario allora concentrarsi non più sulle opere del passato, ma sul terreno che le ha prodotte. Uno dei plessi più profondi è certamente quello della tragedia, concepito non come genere drammatico, ma come struttura mentale e spirituale dell’umanità, quando questa vuole comprendere ciò che vi è di più inspiegabile: la violenza, la morte, e la mancanza della speranza.
La Tragedia Endogonidia approccia questo nesso tentando di cogliere nuovamente il suo antico legame con la polis, la città, ben sapendo che questa non è più formata da una comunità che condivide la stessa visione del mondo, ma è divenuta un agglomerato di individui spiritualmente separati. Il legame con la città, allora, è riassunto in un lungo viaggio che la raggiunge e poi la lascia, rendendo precario ogni radicamento su una terra. La tournée non è più un viaggio funzionale alla distribuzione dello spettacolo, ma diventa uno dei fulcri della tragedia contemporanea: lo spaesamento di un’umanità smarrita, perché non comprende più il proprio legame alla terra in cui vive. Il viaggio sta anche a significare che la forma dello spettacolo è transitoria: infatti ogni passaggio della Tragedia Endogonidia su ogni città è differente, e si esprime con uno spettacolo che, pur appartenendo al medesimo ciclo, è ogni volta totalmente diverso.

11 spettacoli unici rappresentati nel mondo
Il Ciclo, in tre anni, ha fatto tappa in dieci città dell’Europa producendo undici spettacoli, l’uno diverso dall’altro, come fossero i diversi stadi di una trasformazione. Non si è trattato di un work in progress, ma della radicale trasformazione di un’unica concezione, che ha costretto la Compagnia a produrre continuamente, in una prospettiva forzata di creazione, rivolta al futuro.
Questa decisione ha comportato, ovviamente, la rottura delle abitudini legate alla produzione e alla distribuzione, travolgendo tutti gli schemi dell’economia, e costringendo la Compagnia a inventare un nuovo modo di produrre.
Soltanto ora che il Ciclo ha concluso il suo corso, vengono proposti al mondo i diversi Episodi della Tragedia Endogonidia, e M.#10 Marseille, il X Episodio, è uno di questi.
La caratteristica di tutti gli Episodi è quella di un’invenzione di situazioni e di accadimenti che vengono messi in scena senza alcun commento o senza alcuna spiegazione: spetta soltanto allo spettatore guardare e interpretare ciò che vede. La Tragedia Endogonidia, infatti, fa a meno del Coro, che nell’antica tragedia greca aveva l’incarico di spiegare i passaggi più enigmatici. La rinuncia al Coro è forse la differenza maggiore di un teatro che vuole distinguersi dalla maniera teatrale con la quale oggi si affrontano le immani tragedie dell’umanità, e che pongono gli spettatori in una condizione passiva, a cominciare dall’interpretazione dei fatti. La Tragedia Endogonidia rimette al centro della scena non la violenza o la morte, ma l’enigma della vita e dell’essere, a cominciare dalla nascita, e pone questo enigma, privo di mediazioni, di fronte allo sguardo e al pensiero di ogni spettatore.

M.#10 Marseille - decimo episodio: lo spettacolo paradossale dell'invisibile
Quando le retine sono impresse da macchie che galleggiano su un fondo liquido, dopo una lunga esposizione alla luce del sole, è come se prendessero vita immagini totalmente interne e imprigionate nella mente. M.#10 Marseille erige una fabbrica di luce, dove masse gassose, liquide o solide, ammantate di colore, si organizzano e duellano tra loro come personaggi. Miriadi di personaggi prendono il posto di corpi reali, e, come questi, si muovono in tutti i modi consentiti al caso umano. Ma questa originaria oscurità - che deriva da un contatto accecante con il sole e che allude a una incomprensibilità dell’essere, cioè dell’essere cellula dipendente dalla vita di tutte le vite - è madre di ogni materia e di ogni forma, così come il buio è la matrice di ogni impressione luminosa che incide la propria traccia su quello che si chiama “negativo” fotografico. Innumerevoli albe si levano su un fondo che rimane fissato a un buio cosmico. E al buio cosmico fa pensare la formazione invasiva e continua di ciò che può essere chiamato lo spirito organico della materia. La nascita ininterrotta di forme mute e incorporee, fa comprendere che questi fantasmi non sono, o non sono soltanto, presenze aliene, ma sono tutti i pensieri che convivono nella mente, e questi stessi forse assumono una qualità aliena.

Un'opera di musica elettronica, voce, fenomeni visivi
“M.#10 è lo spettacolo paradossale dell’invisibile, del fondamento negativo dei fenomeni, ma questa assenza di persone, e questa presenza immateriale dei colori, agiscono qui come le tracce che, penetrando dall’otturatore della Storia, impressionano la pellicola della memoria.  Non ci sono persone, ma personaggi, sì: sono macchie di colore, ombre, fiamme di luce, ammassi di sostanza stellare, che si sfiorano, collidono, esplodono. Di fronte a questo spettacolo di presenze dementi, ancora più antiche di quelle incoscienti, vegetali e animali, l’umanità è sola, è la sola che può conoscere la mancanza di fondamento. Di fronte alla visione, fusa con la sua incomprensione, si alza una donna che canta.
Il canto è voce che fronteggia il silenzio; è linguaggio che fronteggia la domanda sul fondamento della vita; è tragedia dell’arte, costretta a creare un altro mondo con la stessa materia di quello che vorrebbe oltrepassare.”
  (dal testo del regista Romeo Castellucci).

Regia, scene, luci e costumi: Romeo Castellucci
Regia, drammaturgia e composizione vocale: Chiara Guidi  
Traiettorie e scritture: Claudia Castellucci
Musiche originali: Scott Gibbons
Spettrografie: Stefano Franceschetti, Cristiano Carloni
La voce: Lavinia Bertotti
Realizzazione scenotecnica: Salvo Di Martina, Massimiliano Peyrone
Tecnici macchinisti: Salvo Di Martina, Marco Rigamonti
Tecnici Luci : Giacomo Gorini, Luciano Trebbi
Collaborazione musicale: Lorenzo Brondetta e Sabine Lutzenberger
Produzione:  Socìetas Raffaello Sanzio-Cesena/Festival d’Avignon, Hebbel Theater/Berlin, Kunsten FESTIVAL des Arts/Bruxelles, Bergen International Festival, Odéon -Théâtre de l’Europe con il Festival d’Automne à Paris, Romaeuropa Festival, Le Maillon-Théâtre de Strasbourg, LIFT (London International Festival of Theatre), Théâtre des Bernardines con il Théâtre du Gymnase à Marseille. In collaborazione con: Emilia Romagna Teatro Fondazione – Modena. Con il sostegno del programma Cultura 2000 dell’Unione Europea.